mercoledì 26 agosto 2009

*PARTITO SOCIALISTA - SINISTRA e LIBERTA'. DI LELLO: SCUOLA PUBBLICA EFFICENTE E' GARANZIA DI PARI OPPORTUNITA'*

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From: Webmaster <giuseppe.iacopini@gmail.com>
Date: Tue, 25 Aug 2009 03:01:49 -0700 (PDT)
Subject: [PARTITO SOCIALISTA - LA COMUNE SOCIALISTA MACERATESE]
8/24/2009 11:57:00 AM
To: ivocostamagna@gmail.com

DI LELLO: SCUOLA PUBBLICA EFFICIENTE GARANZIA DI PARI OPPORTUNITA'
24/08/2009 - Una scuola pubblica che costa oltre 900 euro a studente,
secondo l'indagine dei consumatori e' una istituzione che va difesa e
non smantellata come sta facendo il governo Berlusconi: per questo
Sinistra e Liberta' comincera' dal prossimo week end una raccolta firme
sulle spiagge italiane contro la riforma Gelmini: cosi' Marco Di Lello,
coordinatore nazionale del Partito Socialista ed esponente di Sinistra
e Liberta'. Scuola pubblica efficiente significa pari opportunita' per
tutti i nostri giovani, indipendentemente dall'estrazione sociale: per
garantire a tutti i nostri ragazzi una possibilita' di successo al
termine del proprio ciclo formativo Sinistra e Liberta' utilizzera'
tutti gli strumenti che la Costituzione mette a disposizone, a
cominciare da una proposta di legge di iniziativa popolare.

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Postato da Webmaster su PARTITO SOCIALISTA - LA COMUNE SOCIALISTA
MACERATESE il 8/24/2009 11:57:00 AM


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Ivo Costamagna
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ps-macerata.blogspot.com

*MIGRANTI. DI LELLO: LA STRAGE DI 72 VITTIME INNOCENTI E' FIGLIA DELLA LEGGE SULL'IMMIGRAZIONE*

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From: Webmaster <giuseppe.iacopini@gmail.com>
Date: Sun, 23 Aug 2009 09:23:06 -0700 (PDT)
Subject: [PARTITO SOCIALISTA - SOCIALISMO MACERATESE] 8/22/2009 06:19:00 PM
To: ivocostamagna@gmail.com

MIGRANTI. DI LELLO: LA STRAGE E' FIGLIA DELLA LEGGE,
TORNI DALLE FERIE LA COSCENZA DEI PARLAMENTARI
22/08/2009 - "Molti parlamentari non staranno dormendo la notte per il
rimorso di aver approvato norme disumane : c'e' da domandarsi dove
fosse la loro coscienza, sempre invocata sul tema della laicita',
quando votavano una legge che vieta il soccorso agli immigrati e causa
tragedie come la strage dei 73 eritrei della scorsa notte": cosi' Marco
Di Lello, coordinatore nazionale del Partito Socialista ed esponente di
Sinistra e Liberta' incontrando amministratori e militanti socialisti
ad Agropoli (Sa). "Se dopo la pausa agostana anche la coscienza dei
parlamentari di questa maggioranza rientrera' dalle ferie si raccolga
subito l'auspicio della Chiesa e vari una nuova legge di accoglienza
degli immigrati e comunque in linea con le convenzioni internazionali"
ha concluso Di Lello, che si e' chiesto se il folle gioco non
rappresenti "un incitamento all'odio razziale perseguibile penalmente."

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Postato da Webmaster su PARTITO SOCIALISTA - SOCIALISMO MACERATESE il
8/22/2009 06:19:00 PM


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Ivo Costamagna
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ps-macerata.blogspot.com

martedì 25 agosto 2009

*TUTTI I SOCIALISTI DI TOLENTINO E DELL'INTERA PROVINCIA DI MACERATA SONO IN LUTTO: DOMANI, MERCOLEDI' 26 AGOSTO, ALLE ORE 10.30, PRESSO LA BASILICA DI SAN NICOLA, A TOLENTINO SI TERRA' LA FUNZIONE FUNEBRE PER IL COMPAGNO
FRANCO RUANI*

IERI POMERIGGIO E', IMPROVVISAMENTE, VENUTO A MANCARE IL COMPAGNO

*FRANCO RUANI*

Franco si stava recando a Perugia per lavoro e si era fermato al suo solito Bar di Colfiorito quando un improvviso malore ne ha causato il decesso quasi immediato. Questo nonostante i tentativi di soccorso posti subito in essere da due operatori del 118 che, casualmente, si trovavano all'interno del Bar.
Il suo grande cuore, più volte provato, stavolta non ce l'ha fatta.

E' STATA ALLESTITA UNA CAMERA ARDENTE PURTROPPO ALL'INTERNO CIMITERO DI FOLIGNO (NEL CUI TERRITORIO SI TROVA LA FRAZIONE DI COLFIORITO) IN QUANTO LA SALMA NON POTEVA ESSERE TRASPORTATA.
_______________________________

*I FUNERALI SI SVOLGERANNO DOMANI, MERCOLEDI' 26 AGOSTO, ALLE ORE 10.30, PRESSO LA BASILICA DI SAN NICOLA, A TOLENTINO.*
_______________________________

Questo è il momento del dolore, del silenzio e della preghiera.
Poi verrà il tempo dei tanti ricordi di un amico e di un vero socialista come Franco.

Nell'inviare a tutti i suoi familiari le più sentite condoglianze e l'abbraccio fraterno dei socialisti della provincia di Macerata, mi limito da un solo pensiero.

FRANCO ERA UN VERO COMBATTENTE, UN LOTTATORE.
LO ERA SUL LAVORO,
NEL PARTITO SOCIALISTA CHE, DOPO QUASI 50 ANNI DI MILITANZA MAI INTERROTTA, AMAVA PROFONDAMENTE E DI CUI HA DIFESO, SINO IN ULTIMO, L'IDENTITA' E L'AUTONOMIA ANCHE ATTRAVERSO LA RICHIESTA DI UN, NECESSARIO, RINNOVAMENTO DI IDEE E DI UOMINI.
LO ERA, SOPRATTUTTO, PER LA SUA FAMIGLIA CHE AMAVA PIU' DI OGNI ALTRA COSA AL MONDO
E, PERSINO, CON LA SUA... SALUTE CHE, FORSE, HA VOLUTO "SFIDARE" TROPPE VOLTE.

FRANCO, PERO', ERA COSI', AMAVA LA VITA ED HA VOLUTO VIVERLA FINO IN FONDO SENZA FERMARSI MAI, NON ARRETRANDO NEANCHE DINANZI AD UNA SORTE A VOLTE AVVERSA. LUI HA CONTINUATO A LOTTARE. SEMPRE!
SI POTEVA NON ESSERE D'ACCORDO CON LUI MA ERA IMPOSSIBILE NON RICONOSCERGLI UNA SINCERA PASSIONE IDEALE SOCIALISTA ED UNA GRANDE GENEROSITA'.

Saluteremo Franco come merita partecipando ad una cerimonia funebre che, però, non avremmo mai voluto che si svolgesse.

INCHINIAMO COMMOSSI, INTANTO, LE NOSTRE BANDIERE LISTATE A LUTTO.

Macerata,li 25 Agosto 2009

Ivo Costamagna
(Segretario Provinciale Partito Socialista Macerata)

*IL PARTITO SOCIALISTA DI TOLENTINO E DI TUTTA LA PROVINCIA DI MACERATA E' IN LUTTO: E' IMPROVVISAMENTE SCOMPARSO IL COMPAGNO
FRANCO RUANI*

Ho appena appreso una notizia che, credo, provocherà in tanti lo stesso dolore che sto provando io.

IERI POMERIGGIO, LUNEDI' 24 AGOSTO ALLE ORE 15, E', IMPROVVISAMENTE, VENUTO A MANCARE IL COMPAGNO

*FRANCO RUANI*

Franco si stava recando a Perugia per lavoro e si era fermato al suo solito Bar di Colfiorito quando un improvviso malore ne ha causato il decesso quasi immediato. Questo nonostante i tentativi di soccorso posti subito in essere da due operatori del 118 che, casualmente, si trovavano all'interno del Bar.

E' STATA ALLESTITA UNA CAMERA ARDENTE PURTROPPO ALL'INTERNO CIMITERO DI FOLIGNO (NEL CUI TERRITORIO SI TROVA LA FRAZIONE DI COLFIORITO) IN QUANTO LA SALMA NON POTEVA ESSERE TRASPORTATA.

*LE ESEQUIE SI SVOLGERANNO, NATURALMENTE, A TOLENTINO IN DATA ED ORA CHE, AL MOMENTO, NON SONO ANCORA STABILITE E CHE SARA', COMUNQUE, MIA CURA COMUNICARVI.*

Questo è il momento del dolore, del silenzio e della preghiera. Poi verrà il tempo dei tanti ricordi di un amico e di un vero socialista come Franco.

Nell'inviare a tutti i familiari le più sentite condoglianze e l'abbraccio fraterno dei socialisti della provincia di Macerata, mi limito da un solo pensiero.

FRANCO ERA UN COMBATTENTE, UN VERO LOTTATORE, SUL LAVORO, NEL PARTITO SOCIALISTA CHE AMAVA PROFONDAMENTE, PER LA SUA FAMIGLIA E, PERSINO, CON LA SUA SALUTE.
SI POTEVA NON ESSERE D'ACCORDO CON LUI MA ERA IMPOSSIBILE NON RICONOSCERGLI UNA SINCERA PASSIONE IDEALE SOCIALISTA ED UNA GRANDE GENEROSITA'.

Saluteremo Franco come merita partecipando ad una cerimonia funebre che, però, non avremmo mai voluto che si svolgesse.

INCHINIAMO COMMOSSI, INTANTO, LE NOSTRE BANDIERE LISTATE A LUTTO.

Ivo Costamagna
(Segretario Provinciale Partito Socialista Macerata)

domenica 23 agosto 2009

*PD, ROSA NEL PUGNO E... SINISTRA E LIBERTA': LA TRANSIZIONE INFINITA E' AD UN BIVIO. - UN'INTERESSANTE RIFLESSIONE di Pier Paolo Segneri*

Questa interessante riflessione, inviatami dall'amico e compagno Pier
Paolo Segneri, pubblicata ieri dal quotidiano Europa, spero sia utile
per riaprire, con i vostri commenti, un dibattito sul nostro sito:

www.partitosocialista-mc.org

"Riaprire" perchè, in realtà, si tratta di un confronto mai interrotto
in provincia di Macerata e che credo sia utile riprendere anche a
livello nazionale. Questo sia per trovare un progetto condiviso nella
piccola comunità del Partito Socialista, evitandone ulteriori...
"scissioni", e sia per verificare la possibilità di costruire una
NUOVA, grande forza di Sinistra (e Libertà) che sia davvero LAICA,
RIFORMISTA E LIBERALSOCIALISTA.

Con Pier Paolo ne parleremo presto a Macerata in una iniziativa aperta
a tutti coloro che sono interessati.

Civitanova M., li 23/8/2009
Ivo Costamagna
(Segretario Provinciale Partito Socialista Macerata)

---------- Forwarded message ----------
From: "pierpaolose@tiscali.it" <pierpaolose@tiscali.it>
Date: Sun, 23 Aug 2009 16:51:31 +0200 (CEST)
Subject: Pier Paolo Segneri
To: ivocostamagna@gmail.com

LA TRANSIZIONE INFINITA E' A UN BIVIO

La politica procede per salti. Nella storia della nostra repubblica,
ogni quindici anni, puntualmente, si creano i presupposti per il salto
verso un cambiamento liberale della politica. Presupposti, purtroppo,
ogni volta vanificati da un potere ideologico, dogmatico, immobile, a-
democratico e contrario allo stato di diritto. E' come se,
ciclicamente, si presentasse l'occasione per poter attuare una
rivoluzione liberale e democratica anche in Italia ma è come se, questa
stessa possibilità, venisse sottratta al popolo italiano per opera di
un sistema di potere inamovibile, cinico e prepotente.
Il primo tentativo di rivoluzione liberale, dopo l'oscurità del
regime fascista, fu quello del biennio 1948/49 ed ebbe come principali
riferimenti politici Alcide De Gasperi e Luigi Einaudi. Con l'esito che
conosciamo. Infatti, nonostante l'approccio riformatore dei due grandi
statisti, la linea liberale e democratica del capo del governo e del
capo dello stato, nel giro di qualche anno, venne soppiantata dall'
affermarsi del potere partitocratico. Il salto non riuscì e si avviò la
cosiddetta "transizione infinita" che la repubblica italiana si porta
ancora dietro.
In tal senso, è sicuramente di grande utilità ed importanza rileggere
con attenzione l'ottimo editoriale di Europa del 20 agosto, scritto da
Stefano Menichini, ed intitolato Prodi, D'Alema e il doppio
revisionismo. Perché in quell'articolo ci sono parole anticonformiste e
piene di coraggio politico che andrebbero messe al centro del dibattito
congressuale e della discussione interna al Pd. Perché il direttore
riesce a mostrare, con intelligenza e acume critico, il volto reale
dell'Ulivo, cioè quello che Romano Prodi e Massimo D'Alema rileggono
come un progetto politico cattolico democratico e socialdemocratico.
Dunque, non liberaldemocratico. Non liberalsocialista, non laico, non
libertario. L'Ulivo come idea riformista e non come progetto
riformatore. Proprio la differenza che i radicali di Marco Pannella
vanno ripetendo ogni qual volta parlano o scrivono della Rosa nel
pugno. E qui sarebbe interessante poter leggere l'opinione di un
socialista come Roberto Villetti. Magari!
Anche nel biennio 1963/64 si tentò, all'epoca del famoso centro-
sinistra, di percorrere la strada della rivoluzione liberale. Si cercò
di far fare alla politica il salto verso un sistema democratico e
liberale. A guidare quella operazione vi fu, allora, Ugo La Malfa. Ma
anch'egli fallì e, come sappiamo, quel tentativo venne risucchiato
lentamente verso il baratro del potere partitocratico.
All'inizio degli anni novanta, invece, quando esplose in modo
dirompente la crisi politica ed economica che investì le nostre
istituzioni e l'Italia tutta, ci fu l'obiettivo concreto dei radicali e
dei pannelliani di dare forza alla spinta liberale e libertaria
proveniente dalle strade stesse del nostro Paese, ma le cose - come si
sa - andarono in senso opposto. Quella spinta liberale e di
cambiamento, che avrebbe potuto riformare in profondità l'intero
sistema nazionale, venne fagocitata da Silvio Berlusconi che, invece di
divenire l'uomo della rivoluzione liberale, si trasformò nel suo
affossatore. Ancora una volta si compì la metamorfosi del Potere
partitocratico. Insomma, proprio in quella difficile e drammatica fase
di passaggio, caratterizzata positivamente dalla magnifica vittoria
referendaria del 1993, prevalse il colpo di coda reazionario di un
Potere illiberale, non-democratico e fine a se stesso. Un sistema
capace, come accadde pure alla fine degli anni settanta, di soffocare
il cambiamento democratico, riformatore e nonviolento. E così, all'
inizio degli anni novanta, uno alla volta, i partiti storici italiani
scomparvero o vennero spazzati via. Si salvò soltanto la partitocrazia.
Anzi, la partitocrazia sopravvisse benissimo al trauma di quegli anni
riproponendosi nel tempo ancora più prepotente ed arrogante di prima.
Oggi, siamo di nuovo ad un bivio, ad una fase di crisi, ad un salto.
Siamo ad un passo dal compiere il salto. Forse nel buio. La politica
dovrà assumere forme diverse e nuove (antiche) responsabilità. Prima
che la transizione infinita ritorni a bloccare le possibilità dei
movimenti politici in corso e prima che il potere riprenda a dominare.
"Sono gli ultimi colpi di coda", ripete Marco Pannella. La metamorfosi
del Potere, ancora una volta, si compie. Nel pieno perpetuarsi della
non-democrazia italiana.

Pier Paolo Segneri

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Ivo Costamagna
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*QUALE SOCIALISMO? QUATTRO IDEE PER UNA NUOVA BAD GODESBERG* - di Giorgio Ruffolo (Mondoperaio n.5/2009)

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From: Webmaster <giuseppe.iacopini@gmail.com>
Date: Fri, 7 Aug 2009 08:43:47 -0700 (PDT)
Subject: [PARTITO SOCIALISTA - SOCIALISMO MACERATESE] QUALE
SOCIALISMO? QUATTRO IDEE P...
To: ivocostamagna@gmail.com

QUALE SOCIALISMO? QUATTRO IDEE
PER UNA NUOVA BAD GODESBERG

di Giorgio Ruffolo
(da "Mondoperaio" n. 5/2009)


La sconfitta socialista alle elezioni europee non appartiene alla
categoria delle normali oscillazioni politiche. Essa segna la rottura
di un ciclo storico e richiede un'analisi che investa gli eventi
dell'ultimo trentennio. Non credo che il socialismo, grande movimento
storico legato a imprescindibili esigenze di giustizia, sia stato
seppellito da una sconfitta elettorale, per quanto clamorosa. La storia
del socialismo è piena di annunci mortuari smentiti. Neppure il
fascismo ce l'ha fatta. Però le elezioni hanno decretato la fine di una
socialdemocrazia appannata e sconclusionata. Può apparire paradossale
che le elezioni non abbiano penalizzato la destra, che per venti anni
si è identificata con la sregolatezza responsabile dell'attuale marasma
economico, e che oggi sembra diventata keynesiana e statalista; e
abbiano invece devastato la sua antagonista storica. Ma non lo è per
due ragioni. Innanzitutto la destra non è diventata affatto statalista,
ma pretende solo che sia lo Stato a pagare i conti della crisi per poi
ritirarsi rapidamente dalla scena. Inoltre la socialdemocrazia, in
tutti questi anni, non è stata affatto antagonista del liberismo, ma ne
ha solo praticato una versione debole, propriamente "post-socialista",
come il blairismo. Per di più alla globalizzazione economica la
socialdemocrazia non ha contrapposto quel rafforzamento del potere
politico internazionale che avrebbe potuto nascere da una più forte
integrazione europea. Al contrario, si è chiusa nel socialnazionalismo
(l'espressione, volutamente provocatoria, è di Nino Andreatta), un
terreno sul quale la destra è imbattibile. I socialisti hanno perduto
un'occasione unica di costruire un'Europa unita e riformista quando
erano al governo in quasi tutti i paesi europei. Un'Europa diversa da
quella creatura burocratica e diplomatica che non è fatta certo per
accendere i cuori. Un'Europa che si riconosca in un modello economico
integrato e in un modello sociale avanzato. Opporre al nazionalismo
politico e alla globalizzazione economica un'Europa del benessere,
nuovo soggetto della scena mondiale, questa sarebbe stata la risposta
efficace alla deriva liberista. Quell'occasione è stata perduta. E ora
in Europa trionfano i nazionalismi, riemerge il razzismo, e il conto
della crisi è posto sulle spalle dei contribuenti. C'è da chiedersi
allora: del socialismo, que reste et-il? Questo sarebbe il momento di
una nuova Bad Godesberg: di un ripensamento fondamentale di quelle che
sono state per una fase storica gloriosa le ragioni del "vero
socialismo reale". Non si tratta ovviamente di tornare indietro, in un
mondo radicalmente cambiato. Si tratta di riconoscere le correnti
pesanti che attraversano la nostra storia, per domandarsi in quale modo
una politica ispirata ai valori tradizionali della sinistra possa
piegarne il corso verso una società più libera e più giusta. Questa è
l'essenza concreta del riformismo. Per non cavarmela con i soliti
auspici retorici (appunto: più libera, più giusta) provo a indicare le
linee fondamentali di una ricerca e rielaborazione teorica e politica.
Che poi all'esito di questa rielaborazione si debba ancora dare il nome
di socialismo è problema che può essere rinviato, come un indice, alla
fine dell'opera. Penso a quattro linee fondamentali di ricerca.

La prima riguarda la governance mondiale.

Non esiste e non è realisticamente proponibile un governo mondiale. Ma
esiste un problema di governabilità (governance). L'attuale
configurazione del "disordine mondiale" è l'esito di un lento processo
di disgregazione che si è andato sviluppando a partire dagli accordi di
Bretton Woods: e cioè dall'ultimo grande tentativo di costruire, sul
terreno economico, un sistema di ordine mondiale. Quel sistema è stato
travolto, ma non sostituito. Resta implicito il presupposto di quel
sistema: l'egemonia americana, priva però delle regole che avrebbero
dovuto assicurarne la responsabilità. Ma è proprio quell'egemonia che è
messa in forse dall'emergere di nuove grandi potenze. Questo è un
aspetto dell'attuale disordine. Un altro è il varco che si è aperto tra
politica ed economia: tra l'interdipendenza dell'economia, sancita
dalla globalizzazione, e cioè soprattutto dalla liberazione dei
movimenti internazionali di capitale, e le capacità di controllo di una
politica che resta confinata essenzialmente nell'ambito delle sovranità
nazionali. L'attuale crisi, nella quale siamo tuttora immersi, è in
grande parte conseguenza di questo vuoto, e della pretesa che esso
potesse essere colmato da una autoregolazione dei mercati: degli scambi
e dei cambi. Se una nuova grande potenza come la Cina richiama
addirittura la necessità di affrontare il tema di una moneta mondiale
"responsabile", è segno che l'attuale condizione si sta avvicinando ai
limiti dell'insostenibilità economica e politica. Da parte dei partiti
socialisti non c'è stata finora una parola su questo problema
formidabile, che non è neppure "tematizzato" nei loro programmi e nei
loro congressi. Il loro quadro concettuale resta quello statale e
nazionale. La loro risposta alla globalizzazione è la loro incapacità
di darne una.

La seconda linea di ricerca riguarda il problema emerso e ingigantito
nell'ultimo mezzo secolo: quello della sostenibilità ambientale ed
ecologica.

Esso è evocato, più per un omaggio alla moda che per intima
convinzione, come esigenza di scoraggiamento delle tecnologie
inquinanti e di incoraggiamento delle cosiddette tecnologie "pulite".
Si evita invece accuratamente il centro del problema: la
insostenibilità storica di una crescita continua , ad interessi
composti, considerata come condizione normale e irrinunciabile
dell'economia. Il problema, non del benessere, ma della sopravvivenza
dell'umanità è legato al passaggio da una economia della crescita
quantitativa ad una economia stabilizzata quanto all'impiego di risorse
non rinnovabili e concentrata sul loro sviluppo qualitativo. Ciò
comporta la necessità di abbandonare la pretesa di misurare il
progresso dell'umanità con l'aumento indefinito della sua statura, e di
definire esplicitamente indici di progresso autentico, economico,
sociale e culturale, da perseguire. Da parte socialista, sempre a
livello delle enunciazioni politiche e programmatiche, non c'è stata
una esplicita denuncia della "pirlandizzazione" dell'economia del
benessere, e una indicazione di altri traguardi qualitativi
all'economia.

La terza linea di ricerca riguarda quello che dovrebbe essere il cuore
del messaggio socialista: l'eguaglianza (ricordo la lezione di Bobbio)
o, meglio, la lotta contro le diseguaglianze.

Sembra che i partiti socialisti si siano convinti del rozzo slogan
convenzionale della destra - per distribuire occorre prima produrre -
quando appare sempre più evidente dagli eventi che ci hanno precipitato
in questa ultima crisi che essi sono stati generati da una sproporzione
distributiva, irresponsabilmente compensata con un ricorso illimitato
all'indebitamento, che produce soltanto nuovi debiti. Non si produce
niente a partire dalla regola di Trilussa: due polli a me, nessuno a
te, eguale un pollo statistico a testa. La distribuzione iniqua non
genera la corsa virtuosamente competitiva di tutti, ma la progressiva
secessione dei pochi.

La quarta linea della ricerca mi pare la più importante perché investe
la domanda che sta al fondo delle altre tre: a quale scopo? A quale
scopo la governance, la produzione, la distribuzione?

Il senso di questa domanda non è una predica, ma la concretissima
constatazione della incoerenza fondamentale della strategia della
mercatizzazione, che sta alla base del vangelo liberista: la sua
autodistruzione. Richiamo una banalità: le regole del gioco non fanno
parte del gioco. Le decisioni dell'arbitro sul campo di calcio non
possono (non dovrebbero!) essere comprate e vendute, pena
l'inconsistenza della partita. Le sentenze dei giudici non possono (non
dovrebbero!) essere comprate e vendute, pena l'irrilevanza dei
processi. I voti dei cittadini e dei loro rappresentanti non possono
(non dovrebbero!) essere comprati e venduti, pena l'impraticabilità
della democrazia. Lo stesso vale per il credito. Esso è legato a un
confronto oggettivo e reale tra la sua domanda e la sua offerta (così
almeno ci insegnavano i testi). Ciò costituisce la sua regola e il suo
freno. Se invece diventa un prodotto che si può comprare e vendere sul
mercato, perde la sua qualità di regola e diventa un bene da
massimizzare. Non è proprio questo che è successo quando le ipoteche
sui prestiti sono diventate titoli da scambiare sul mercato? E' venuto
a mancare ogni freno alla loro emissione. La regola è entrata nel gioco
che doveva regolare. Si spiega così come l'autoregolazione divenga
sregolatezza. I comportamenti che obbediscono a regole oggettive sono
di carattere compensativo: se aumenta la domanda di titolo ne sale il
prezzo che ne frena la domanda. Ma se al tempo stesso c'è chi offre
titoli rappresentativi di crediti che possono essere comprati, la
domanda può aumentare e il mercato diventa cumulativo, esplosivo, senza
freni. E' ciò che è in effetti avvenuto. La stessa cosa si può dire per
il rischio. Se anche il rischio diventa un oggetto da comprare e
vendere, la domanda di protezione dal rischio diventa facilmente
domanda di moltiplicazione dei rischi. In altri termini, si innescano
spirali autoalimentate. Si scatena da parte delle banche una caccia ai
clienti cui vengono offerti prestiti a condizioni irrisorie; e le carte
di credito sono offerte in garanzia per la concessione di nuovi mutui:
un credito ne garantisce un altro. A un certo punto, la cuccagna
finisce e il gioco si rovescia. Mi domando anche qui se non ci sia
stata, da parte degli esponenti più rappresentativi dei partiti
socialisti, una resa a un pensiero falso e bugiardo, che identifica il
valore del denaro come valore tout court. Del resto, se è vero che nel
tempo in cui risiedeva al numero 10 di Downing Street la coppia Blair
si è impegnata in mutui immobiliari per 4 milioni di sterline, sarebbe
stato ingenuo pretendere che egli ponesse, come segretario dell'antico
e glorioso partito laburista, un argine economico e morale alla
tempesta che stava per travolgerci.

--
Postato da Webmaster su PARTITO SOCIALISTA - SOCIALISMO MACERATESE il
8/07/2009 05:25:00 PM


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Ivo Costamagna
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ps-macerata.blogspot.com

sabato 22 agosto 2009

*L’AMMISSIONE DI PRODI E L’ANALISI DI SANSONETTI*

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From: Webmaster <giuseppe.iacopini@gmail.com>
Date: Sat, 22 Aug 2009 10:52:14 -0700 (PDT)
Subject: [PARTITO SOCIALISTA - SOCIALISMO MACERATESE] L'AMMISSIONE DI
PRODI E L'ANALIS...
To: ivocostamagna@gmail.com

L'AMMISSIONE DI PRODI E L'ANALISI DI SANSONETTI

Il Professore demolisce le basi politiche del suo governo e del
centrosinistra, mettendo in discussione la traduzione italiana del
riformismo. Non tarda l'intervento di Piero Sansonetti che trova nelle
parole di Prodi una storica ammissione.

"Prodi: Abbiamo sbagliato tutto"

di Piero Sansonetti da L'Altro del 18/08/2009

Diciotto mesi dopo la sua caduta in Senato, e cioè 18 mesi dopo la fine
del centrosinistra (dell'Unione, dell'Ulivo e tutto il resto) Romano
Prodi ha scritto un articolo, molto importante, per il Messaggero e ha
demolito le basi politiche del suo governo e del centrosinistra. Anzi
ha fatto di più: ha demolito l'intera esperienza di centrosinistra sul
piano europeo e forse mondiale. E ha affermato, con grande nettezza,
che è necessario, ai riformisti, cambiare del tutto strada, azzerare
l'idea dei compromessi con le politiche moderate, sfidare lo stesso
elettorato e prepararsi a progettare una società nuova che modifichi
sostanzialmente il capitalismo e la vecchia idea di società di mercato.
L'articolo di Prodi è uscito il giorno di Ferragosto ed è passato
abbastanza inosservato, ma è una vera e propria bomba, sul piano
politico. Se qualcuno leggesse quell'articolo senza conoscerne
l'autore, e poi gli fosse chiesto a bruciapelo: "chi l'ha scritto?" ,
risponderebbe a colpo sicuro: Bertinotti. Non penserebbe mai che invece
l'autore di una critica così feroce sia proprio il leader che guidò
quella esperienza, sia nella sua prima fase, dal 1996 al 1998, sia nel
tratto finale, dopo le elezioni del 2006 fino alla sconfitta definitiva
del febbraio 2008.

L'articolo sul Messaggero è molto significativo proprio perché è di
Prodi, ed è molto interessante perché mette in discussione tutto, ma
proprio tutto quello che il cosiddetto riformismo ha fatto in questi 13
anni. Mette in discussione persino la parola, la parola riformismo,
contestando l'ipotesi che il riformismo abbia tentato di compiere delle
riforme. No, dice Prodi, da quando è nato, e cioè subito dopo la caduta
del governo Thatcher in Gran Bretagna (poco dopo il ritiro di Reagan e
la sconfitta di Bush padre negli Stati Uniti) il centrosinistra europeo
"ha preso decisioni che non si discostavano da quelle precedenti, sul
dominio assoluto dei mercati, sul peggioramento nella distribuzione dei
redditi, sulle politiche europee, sul grande problema della pace e
della guerra, sui diritti dei cittadini e sulle politiche fiscali…". La
sostanza è questa. E forse la parte più interessante dell'articolo è la
parte finale, nella quale Prodi incita le forze politiche che si
richiamano al centrosinistra o al riformismo a gettare via tutta
l'eredità del passato e a ricominciare da capo a progettare una società
diversa da quella attuale. Anche a costo di di dover rinunciare a una
parte del proprio elettorato e di dover cercare nuovi pezzi di
elettorati in settori nuovi della società.

Cosa dice, in sostanza, Prodi? Quello che da un po' di tempo cercano di
dire gli esponenti più "illuminati" (per usare la vecchia terminologia
politica) della sinistra. Azzeriamo e proviamo a ricostruire una nuova
sinistra, non più divisa tra moderati e radicali e non più costretta a
schiacciarsi sul centro o addirittura sulla destra. E neppure -
viceversa - a invocare ogni piè sospinto la sua purezza rivoluzionaria.
Facciamo saltare le vecchie barriere politiche, azzeriamo i vecchi
campi degli schieramenti e delle vecchie correnti, e vediamo se
possiamo mettere insieme un progetto di riforma della società che non
dia per scontati i pilastri sui quali oggi si regge il capitalismo.
Cioè la dittatura del mercato e il valore-competitività.

Naturalmente si può rispondere a Prodi anche con stizza. Non è stato
forse lui a guidare l'esperienza, che oggi tratta persino con qualche
derisione, del cosiddetto "Ulivo mondiale"? E dunque non pensa di avere
qualche responsabilità nel suo fallimento, e di dover dire che aveva
torto quando respingeva con sdegno le osservazioni che gli venivano da
sinistra, sulla riforma del welfare, ad esempio, o sulla guerra, o
sulla mancanza di strategia e di progetto del suo governo?

Però, diciamoci la verità, è abbastanza difficile trovare tra i
dirigenti dei vari partiti di sinistra e di centrosinistra qualcuno che
sia senza colpe, privo di responsabilità per la sconfitta. E allora,
magari, possiamo anche dirci: chissenefrega, oggi, della ricerca dei
colpevoli o dei "più colpevoli". E' l'ora forse, di interrompere il
processo ai responsabili e le accuse reciproche. E persino è l'ora di
sospendere la tiritera sulla necessità di una nuova generazione
dirigente, e sull'accantonamento dei vecchi eccetera eccetera. Se c'è
una nuova generazione dirigente, benissimo, facciamogli spazio. Ma non
stiamo a trasformare il rinnovamento politico in un controllo delle
carte d'identità e della data di nascita, piuttosto prendiamo per buona
l'analisi di Prodi e vediamo se ci sono le forze sufficienti per
rifondare un centrosinistra che rinunci alle attrazioni fatali verso
Berlusconi (il moderatismo veltroniano ) e si proponga non come pura e
semplice forza di governo, ma come forza di governo del cambiamento, e
cioè di un progetto politico che porti ad un ridimensionamento del
mercato, a una fortissima riduzione delle differenze sociali, e ad un
netto innalzamento delle libertà.

"Riformisti, il coraggio di parlare controcorrente"

di Romano Prodi da Il Messaggero del 14/08/2009

Il dibattito sulla crisi del riformismo in Europa ha tenuto banco per
qualche settimana dopo le elezioni europee. Poi è sparito nel nulla
senza aver prodotto alcun apparente risultato. Lontano dalle polemiche
elettorali e favoriti dalla quiete estiva conviene ritornare
sull'argomento.

Che i partiti riformisti siano in profonda crisi non è contestabile: il
centro-sinistra è stato sconfitto nella maggioranza dei paesi europei
proprio durante una crisi economica che ha rivalutato molte delle
proposte che erano tipiche di questi partiti. Per spiegare questo
paradosso conviene fare qualche passo indietro e ritornare al momento
in cui, dopo un lungo periodo in cui la politica mondiale era stata
dominata dal binomio Reagan-Thatcher, la situazione si rovesciò con la
vittoria di Blair che sembrava in grado di cambiare i destini europei
con il new labour, la terza via che avrebbe dovuto rinnovare il
riformismo europeo e lo schema politico mondiale collegandosi con le
novità che Clinton proponeva negli Stati Uniti.

Con un pizzico di esagerazione, ma anche per esaltare il ruolo italiano
in questo processo, si era arrivati perfino a parlare di "ulivo
mondiale". La causa della sconfitta di questa grande stagione è da
individuare nel fatto che, mentre in teoria il nuovo labour e l'ulivo
mondiale erano una fucina di novità, nella prassi di governo di Tony
Blair e i governi che ad esso si erano ispirati si limitavano ad
imitare le precedenti politiche dei conservatori inseguendone i
contenuti e accontentandosi di un nuovo linguaggio. Sul dominio
assoluto dei mercati, sul peggioramento nella distribuzione dei
redditi, sulle politiche europee, sul grande problema della pace e
della guerra, sui diritti dei cittadini e sulle politiche fiscali le
decisioni non si discostavano spesso da quelle precedenti. Il messaggio
lanciato all'elettore era il più delle volte dedicato a dimostrare che
il modo di governare sarebbe stato migliore. Nel frattempo il
cambiamento della società continuava secondo le linee precedenti: una
crescente disparità nelle distribuzione dei redditi, un dominio
assoluto e incontrastato del mercato, un diffuso disprezzo del ruolo
dello Stato e dell'uso delle politiche fiscali, una presenza sempre più
limitata degli interventi pubblici di carattere sociale.

Vent'anni fa una mia semplice osservazione che la differenza di
remunerazione da uno a quaranta tra il direttore e gli operai di una
stessa azienda era eccessiva, aveva causato scandali e discussioni a
non finire. Oggi nessuno si stupisce del fatto che questa differenza
sia in molti casi da uno a quattrocento. Durante il momento più acuto
della presente crisi abbiamo assistito a una breve fase di sdegno nei
confronti della remunerazione di alcuni dirigenti, ma poi tutto è stato
dimenticato.

Come se vivessimo in una società immutabile, come se la realtà
esistente e le convinzioni dell'opinione pubblica fossero così forti da
non essere riformabili. Il riformismo ha cioè perso la fiducia in se
stesso e preferisce inseguire le piattaforme e i programmi degli altri,
pensando che, per rovesciare le fortune elettorali, sia sufficiente
criticare gli errori e i comportamenti dei governanti. A cambiare gli
equilibri politici tutto ciò non basta, anche perché la rapidità con
cui gli "estremisti" del mercato si sono impadroniti del linguaggio dei
riformisti è davvero degna di un premio Nobel.

Per vincere i riformisti debbono elaborare nuove idee e nuovi progetti
su tutti i temi elencati in precedenza. Ribadendo con forza il ruolo
dello Stato come regolatore di un mercato finalmente pulito.
Approfondendo i modi e gli strumenti attraverso i quali i cittadini
abbiano uguali prospettive di fronte alla vita. Rinnovando il
funzionamento del sistema scolastico, della ricerca scientifica e del
sistema sanitario. Ripensando al grande processo di superamento del
nuovo nazionalismo politico ed economico con una forte adesione agli
obiettivi di coesione europea e di solidarietà internazionale. Non
avendo paura di denunciare i tanti aspetti riguardo ai quali il
capitalismo deve profondamente riformarsi. Non accontentandosi di
mostrare un giorno la faccia feroce e il giorno dopo un viso sorridente
verso gli immigrati, ma preparando una organica politica di legalità ed
accoglienza.

Mi rendo conto che tutto ciò significa avere il coraggio di scontentare
molti e aver la forza di scomporre e ricomporre il proprio
elettorato.Mi rendo conto che nessun politico affronta a cuor leggero
questa azione di scomposizione e ricomposizione, ma mi rendo anche
conto che la crisi economica sta cambiando percezioni e mentalità. Essa
rende più accettabili le proposte innovative e coraggiose che il
centro-sinistra deve elaborare per essere ritenuto in grado di
governare la nostra società. Un compito difficile, tutto in salita e,
in una prima fase, addirittura contro corrente. Tuttavia chi non è
capace di nuotare contro corrente non sarà mai in grado di risalire un
fiume.
var addthis_pub="sinistraeliberta";

--
Postato da Webmaster su PARTITO SOCIALISTA - SOCIALISMO MACERATESE il
8/21/2009 07:45:00 AM


--
Ivo Costamagna
--
ps-macerata.blogspot.com

*INTERVISTA A... "TUTTO CAMPO" AL SEGRETARIO NAZIONALE DEL PARTITO SOCIALISTA, ON. RICCARDO NENCINI* - (ndr: che ne pensate?)

---------- Forwarded message ----------
From: ivo costamagna <ivocostamagna@gmail.com>
Date: Fri, 14 Aug 2009 01:48:29 +0200
Subject: *INTERVISTA A... "TUTTO CAMPO" AL SEGRETARIO NAZIONALE DEL
PARTITO SOCIALISTA, ON. RICCARDO NENCINI*
To: ivocostamagna.dubbio@blogger.com, frinconi@cronosnet.com,
ivocostamagna@gmail.com, manuela.monti@consiglio.marche.it

---------- Forwarded message ----------
From: Webmaster <giuseppe.iacopini@gmail.com>
Date: Thu, 13 Aug 2009 08:07:40 -0700 (PDT)
Subject: [PARTITO SOCIALISTA - SOCIALISMO MACERATESE] 8/13/2009 10:12:00 AM
To: ivocostamagna@gmail.com

Diamo un'anima alla Sinistra Riformista !!
Riccardo Nencini (PS) intervistato da Termometro Politico
http://www.termometropolitico.it

13/08/2009 - Riccardo Nencini, 49 anni, presidente del Consiglio
regionale della Toscana, è dal 2008 segretario del Partito Socialista.
L'abbiamo intervistato, ponendogli le domande scelte dalla redazione e
proposte da voi lettori.

Il leader del PS conferma la continuazione del progetto di Sinistra e
libertà, ma ammonisce: «dobbiamo cedere ognuno un pezzo di sovranità».
Critica l'opposizione di PD e IDV, ma guarda con attenzione al
congresso democratico (e alle piattaforme di Franceschini e Bersani). E
difende Craxi, di cui dice: «non fu il principale referente politico di
Berlusconi».

Segretario, è previsto un passaggio congressuale per deliberare
sull'adesione del PS a Sinistra e libertà o sancirne il distacco

«Il congresso è previsto dopo le elezioni regionali, c'è stato un
consiglio nazionale a luglio che si è pronunciato sulla continuazione
di questa esperienza. Il congresso poi, nell'estate 2010, deciderà
definitivamente».

Come vede i rapporti tra il PS e il resto del centrosinistra?

«Da parte nostra c'è un'attesa forte per capire come si concluderà il
congresso del PD, ci sono due linee non dissimili ma neanche uguali tra
loro: quella di Franceschini e quella di Bersani».

In realtà i candidati alle primarie sono tre.

«Io sto parlando dei due antagonisti che presumo, non soltanto per
ragioni di sondaggio, che si giochino la partita della segreteria, e
quindi parlo di Franceschini e di Bersani. Due linee simili ma non
uguali, dicevo. Dipende da chi prevarrà; già sappiamo però, ed è un
fatto positivo, che entrambi ritengono superato l'isolamento
veltroniano».

Lei non esprime auspici sulla vittoria di uno, dell'altro o
eventualmente del terzo candidato...

«Assolutamente no. Non mi permetto di entrare nelle vicende interne di
un altro partito».

Ha parlato di 'isolamento' riferendosi alla scelta di Veltroni del
2008. A posteriori crede che sia stata una scelta giusta quella del PS
di correre da solo o sarebbe stato meglio fare come i radicali,
presentando candidati dentro le liste del Partito Democratico?

«La nostra è stata una scelta di grandissima dignità, l'ultima scelta
identitaria del Partito socialista italiano».

Quindi quella radicale non è stata una scelta degna?

«E' stata una scelta fatta da un altro partito, che non mi permetto di
giudicare».

Qual è il suo giudizio sull'opposizione finora svolta in Parlamento
contro il governo Berlusconi?

«L'opposizione riformista si è vista poco ed è stata poco incisiva. Ha
avuto molto più effetto, dentro l'elettorato di centrosinistra,
l'opposizione di Di Pietro. Ma nessuna delle due ha avuto la forza
della D'Addario».

Al Parlamento europeo il Pse, seguendo gli auspici del Pd, ha dato vita
all'Asde, l'alleanza dei socialisti e dei democratici. E' una soluzione
che la convince?

«Noi abbiamo contrastato questa soluzione, perché non c'era dietro un
disegno politico ma soltanto la logica dei numeri. Se avessimo avuto
degli eletti al Parlamento europeo avrei proposto loro di fare una
domanda: "dov'è la politica? O questo è solo un cambiamento di nome?"».

I vostri eventuali deputati a Strasburgo sarebbero confluiti in questo
nuovo soggetto?

«Sì, sarebbero confluiti nel gruppo e avrebbero fatto la domanda che le
dicevo».

Lei ha confermato la continuazione del progetto di Sinistra e libertà.
Però su molti temi esistono differenze significative tra il Ps e altri
componenti come i Verdi. Penso alla politica estera, al giudizio su
Tangentopoli...

«Quando si mettono assieme forze politiche che hanno una storia
importante alle loro spalle è difficile trovare delle convergenze. E'
necessario fare, sui diversi temi, ciascuno una cessione di sovranità.
E' quello che stiamo provando a fare, tenendo conto che Sinistra e
libertà dovrà avere un taglio riformista; diversamente non avrebbe
ragione di esistere».

Alla luce del fatto che un progetto del 3%, come Sinistra e libertà,
abbia questi problemi di identità non le sembra più comprensibile che
analoghe difficoltà viva un soggetto dieci volte più grande, cioè il Pd?

«Più comprensibile sì, ma non lo giustifica. Non giustifica un partito
che si è posto l'obiettivo di essere il partito della maggioranza degli
italiani; noi abbiamo un obiettivo più modesto».

Che è quello di?

«Alle Europee, era quello di superare lo sbarramento del 4%. Oggi è
quello di dare un'anima alla sinistra riformista in Italia».

Dal '93 in poi i socialisti italiani hanno sempre vissuto un po'
all'ombra della figura di Craxi. Non crede che sia giunto il momento di
fare i conti con questa figura, riconoscendone i meriti politici e i
limiti (non solo penali)?

«Sono stato l'ultimo parlamentare europeo che è andato a trovare
Bettino Craxi in Tunisia. Non rinnego quella storia, anzi è una bella
storia della sinistra italiana e dell'Italia del Novecento. Noi
dobbiamo prendere soprattutto un segno, che fu il segno distintivo
dell'azione di Craxi: l'innovazione. La sinistra italiana ha bisogno di
innovazione, e da lì possiamo prendere gli stimoli giusti».

Resta il fatto che, dopo quasi cento anni di storia, il Psi è morto
proprio sotto Craxi.

«Questo getta ombre sul suo operato politico, perché dopo la caduta del
Muro di Berlino anche lui commise degli errori. Questo è il punto, che
precede Tangentopoli».

L'aspetto giudiziario del percorso di Craxi va ignorato, rimosso,
superato? Qual è l'atteggiamento che si deve avere di fronte a una
verità accertata giudiziariamente?

«Rimane ancora attiva una domanda, quella che Craxi fece al Parlamento
italiano nel '92 e nel '93. E cioè: quali e quante fossero le
responsabilità, e come avvenisse collettivamente il finanziamento ai
partiti. Queste sono due domande cui la giustizia italiana ha già dato
una risposta, la politica no».

Traducendo: se tutti erano disonesti, se tutti si finanziavano
illecitamente, allora nessuno era responsabile.

«Le cito una pagina di un libro dello storico Luciano Cafagna, "La
grande slavina". Cafagna dice: tutto ciò che era stato consentito fino
a un certo giorno da un certo giorno in poi venne ritenuto illegale».

In realtà era illegale da molto tempo.

«Sì, ma era stato ritenuto consentito. La domanda è: chi rientra in
questo paradosso di Cafagna? Questa è la domanda che fece Craxi al
Parlamento nel '93 e a cui la politica deve dare una risposta. Se vedo
tutte le statistiche europee sul livello di corruzione in Italia, si
potrebbe dire che la politica italiana abbia già dato una risposta.
Anche dopo Tangentopoli l'Italia resta ai vertici di quelle
graduatorie».

Secondo lei, in un certo senso c'è una continuità Craxi-Berlusconi?
Dopotutto Craxi fu, per anni, il principale referente politico del
Cavaliere.

«Questo non è vero, storicamente non è vero».

Il decreto salva-televisioni del 1985, i 21 miliardi di tangenti per
cui Berlusconi fu poi prescritto, Craxi fu persino testimone di nozze
del Cavaliere nel 1990. Non proprio uno sconosciuto.

«Berlusconi, per sua stessa ammissione, aveva anche nella Dc dei
referenti molto precisi, o nei repubblicani. L'assioma Craxi uguale
Berlusconi, se mi permette, è molto elementare. La verità è che quando
Berlusconi scende in campo Craxi lo critica, a partire dalle elezioni
romane, quando l'uno sosteneva Fini e l'altro Rutelli. E da lì in poi è
un crescendo. Che poi ci siano stati buoni rapporti con l'imprenditore
è un altro discorso».

Quindi lei non crede che ci sia stata, negli anni Ottanta, quantomeno
una contiguità di convenienza?

«Vede, a quel tempo c'era chi sosteneva che la tv commerciale non
dovesse esserci, e voleva la tv di stato senza telecomando: per esempio
il Pci».

La questione forse andrebbe posta in altri termini: non monopolio
pubblico contro apertura ai privati, ma monopolio pubblico contro
duopolio Rai-Mediaset. Questo, almeno, dice la storia.

«Sì, ma la storia degli inizi. Quando la posta in palio era il diritto
di cittadinanza dell'emittenza televisiva privata nel nostro Paese».

Storia degli inizi ma anche cronaca di oggi. E non sono intervenute
riforme, per esempio neanche quando il suo partito, segretario, ha
avuto responsabilità di governo: dal 1996 al 2001 e dal 2006 al 2008.

«Sa qual è stato l'ultimo ministro Socialista? Angelo Piazza, alla
Funzione pubblica con D'Alema, dieci anni fa. Nell'ultimo governo Prodi
avevamo un sottosegretario e una decina di parlamentari, se ci sono
state responsabilità vanno ripartite proporzionalmente con chi aveva
dieci o venti volte i nostri deputati. Del resto sono cronaca recente
le polemiche nel PD anche sulla mancata legge sul conflitto
d'interessi».


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Postato da Webmaster su PARTITO SOCIALISTA - SOCIALISMO MACERATESE il
8/13/2009 10:12:00 AM


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Ivo Costamagna
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